venerdì 9 maggio 2008

PAGANESIMO RUSSO


Poco sappiamo delle antiche tradizioni del paganesimo russo, né conosciamo in quale modo la loro religione e le loro credenze si evolsero, dai tempi remoti in cui le prime tribù slave risalirono il Boristene e vennero ad insediarsi in questa umida terra di Rus', fino a quando esse si unirono in una sola nazione sotto i grandi principi variaghi. Per migliaia di anni i rimasero fedeli alle tradizioni pagane, prima che dalla Grecia arrivasse la Fede Ortodossa. Che cosa accadde in quei lunghi secoli nella loro mente e nei cuori e come essi passassero dalla venerazione degli spiriti della natura a quella dei grandi dèi di Kiev, non è ben noto. Gli ecclesiastici, riprendendo un sermone di San Gregorio di Nazianzo, ebbero a dire: - Ecco che gli Slavi, anch'essi, si misero a offrire sacrifici a Rod ed alle rožanicy, prima di sacrificare a Perun, il loro dio, ma ancor prima avevano offerto sacrifici agli upyri e alle beregyni. Se quanto affermava questo saggio uomo di chiesa risponde a verità, i loro lontani antenati adoravano gli spiriti della natura selvaggia e facevano offerte agli spiriti dei morti. In seguito, sull'esempio della Grecia pagana, essi avrebbero cominciato ad offrire sacrifici a Rod ed alle rožanicy. E solo in tempi più recenti - forse per influenza degli stessi Variaghi - avrebbero preso ad adorare un pantheon di divinità, di cui Perun era il signore e sovrano.

mercoledì 7 maggio 2008

SARTRE: LA NAUSEA


Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d'esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto ch'io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli. Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s'isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m'ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l'arbitrarietà; non avevano più mordente sulle cose. Di troppo, il castagno, lì davanti a me, un po' a sinistra. Di troppo la Velleda… Ed io - fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri - anch'io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (anche adesso ho paura - ho paura che questo mi prenda dietro la testa e mi sollevi come un'onda). Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l'avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e pulite come denti, sarebbero state anch'esse di troppo: io ero di troppo per l'eternità. (Sartre, "La Nausea")

martedì 6 maggio 2008

COSMOGONIA


La cosmogonia in mitologia è l’insieme dei miti sull’origine dell’universo. I miti cosmogonici riguardano in particolare l’origine della Terra e dei corpi celesti, ma possono comprendere tutto ciò che, vivente o meno, si trova nell’universo. Non di rado tali miti non implicano una generazione dal nulla, ma presuppongono l’unione o combinazione di elementi preesistenti, o la loro separazione da un amalgama indistinto. Rappresentazioni del cosmo increato sono ricorrenti in tradizioni mitologiche diverse, che lo raffigurano come un vuoto, un’oscurità, un mare, un caos di elementi informi, una figura umana o un “uovo cosmico” contenente ogni cosa in forma embrionale. Talvolta l’origine del mondo è spiegata come il frutto di un accoppiamento di tipo sessuale, ad esempio quello di Urano, il cielo, con Gea, la Terra (la quale è infatti non di rado identificata con la Dea Madre, matrice e grembo di tutte le cose), o di una nascita di tipo animale come quella simboleggiata nella figura dell’uovo cosmico, diffusa in molte culture, dalle religioni di Africa, Cina, India, Giappone, Pacifico meridionale all’orfismo greco. In altri miti il creato ha origine dalla separazione o dall’emergere delle cose da un elemento indistinto, come le acque primordiali (anche in questo caso l’identificazione con la gravidanza e il parto è evidente; in un mito dei dogon dell’Africa occidentale si fa riferimento alla “placenta del mondo”) o un mare di latte; un mito polinesiano pone i vari stadi dell’emersione all’interno di una noce di cocco; per i navajo e gli hopi l’emersione indica una progressione verso l’alto da mondi inferiori; nei miti diffusi tra le popolazioni siberiano-altaiche, ma anche in Romania e in India, la creazione scaturisce dall’azione di un animale (tartaruga o uccello) che si tuffa nelle acque primordiali per portare alla superficie un pezzetto di terra che in seguito si espande fino a diventare il mondo. Un motivo dominante di svariati miti cosmogonici è l’atto sacrificale o cruento: il creato è il frutto di una crisi violenta, quale la lotta tra forze personali o impersonali, oppure di una morte, come lo smembramento di Prajapati, narrato nei Veda, o del gigante Ymir, ucciso da Odino nella mitologia nordica. I miti cosmogonici possono riflettere i caratteri ambientali propri di una particolare cultura: in Mesopotamia il timore di inondazioni provocate dal Tigri e dall’Eufrate aveva conferito all’azione delle acque un ruolo importante, tanto che esse, personificate dalla dea Nammu, erano poste all’origine degli dei e del cosmo; similmente, nell’antico Egitto il dio Nu impersonava sia le acque primordiali sia il fiume Nilo. Talvolta le cosmogonie ricalcano simbologie alimentari, come nel mito del mare di latte, da cui gli dei dell’India ricavarono i tesori del mondo frullandolo come per farne burro, o nei miti cinesi e vietnamiti, nei quali il mondo viene modellato come un pane di riso e il cielo lo contiene come una ciotola.

lunedì 5 maggio 2008

L'ISOLA DI PASQUA


Pasqua è un'isola dell'Oceano Pacifico, a 1.600 Km dal più vicino luogo abitato ed a quasi 4.000 Km dalle coste cilene, nel Sud America. Ha una popolazione di appena 2.000 persone, appartenente al Cile, questa isoletta insignificante di appena 162 kmq è uno dei luoghi più famosi del mondo in materia di misteri. Fu scoperta nel 1686, ma solo nel giorno di Pasqua del 1722, l'ammiraglio olandese Jacob Roggeveen, ebbe il coraggio di sfidare i bellicosi indigeni con un'esplorazione vera e propria. La popolazione del luogo considerava l'isola te pito te henua (l'ombelico del mondo) in quanto ritenevano di essere tutto ciò che restava al mondo in termini di sopravvissuti e di terre emerse, dopo il diluvio e la distruzione universale. L' isola è piena di gigantesche statue in pietra vulcanica, i mohai, considerati dagli indigeni con grande disprezzo. Attualmente ve ne sono circa 600. Più della metà, al momento della scoperta, erano stati rovesciati, altri giacevano incompiuti nelle cave. Si ritiene che un gran numero di mohai siano stati gettati in mare o distrutti dagli indigeni e in tempi recenti altri siano stati rubati. Qualcosa deve necessariamente essere accaduto nel passato della storia dell'isola ed in seguito a tale evento, gli isolani debbono aver perduto la loro memoria storico-culturale. Questa originaria cultura dell'isola di Pasqua prevedeva anche la conoscenza della scrittura, anch'essa perduta e dimenticata, visto che gli indigeni non sono più in grado di decifrare le antiche iscrizioni rongo-rongo sulle tavolette sacre. Forse però, i sacerdoti locali sono ancora in grado di decifrarle ma preferiscono custodirne il segreto, visto il divieto assoluto per gli stranieri, di ingresso ad alcune grotte sacre ove sono impresse delle iscrizioni. Proprio su questa scrittura risiede il più affascinante dei misteri di Rapa Nui. I suoi geroglifici sono praticamente identici a quelli dell'antica città di Mohenjo-daro, nella lontanissima India.