sabato 19 aprile 2008

LA CRISI DELLA POLIS



Dopo Alessandro Magno, l’orizzonte culturale della polis greca, che aveva costituito il punto di riferimento per l’età classica, va completamente in crisi. L’uomo greco, che per secoli ha visto e compreso se stesso principalmente come “cittadino” si trova a vivere improvvisamente in un’epoca in cui la dimensione politica gli viene “espropriata”, ed egli deve ritrovare la propria collocazione rispetto alla tavola dei nuovi valori emergenti. La crisi della “polis” distruggeva quel valore fondamentale della vita spirituale della Grecia classica, che costituiva il punto di riferimento dell’agire morale, e che Platone nella sua “Repubblica” e Aristotele nella sua “Politica” avevano non solo teorizzato, ma perfino sublimato e ipostatizzato, facendo della polis non solo una forma storica, ma la forma ideale di Stato perfetto. Smarrito l’orizzonte della polis “a misura d’uomo” non restano aperte che due strade: rinchiudersi nella propria individualità o aprirsi ad una dimensione universale e cosmopolita. L’uomo deve cioè ritrovare in se stesso le ragioni della propria esistenza, costruirsi la via di una felicità interiore che non venga minimamente toccata dai drammatici eventi storici che sta vivendo. Ciò che egli ora chiede ai “sapienti” della sua epoca, non è tanto che gli spieghino “come sia fatto” il cosmo, o quale sia lo stato ideale; ha bisogno di una “via per la felicità”, di una saggezza pratica che gli consenta di ritrovare dentro di sé quell’equilibrio che, nella realtà che lo circonda, vede ormai del tutto compromesso. Veniva così assegnato alla filosofia un “nuovo compito”: la filosofia è vista come la “medicina” dell’anima, soluzione pratica e non solo teorica al problema dell’esistenza. È questa la ragione per cui, nell’epicureismo come anche nello stoicismo, pur continuando a sussistere una gnoseologia ed un’ontologia pensate quale sostegno dell’etica, è su quest’ultima che si appunta la decisiva attenzione dei filosofi, e l’eventuale aporeticità delle dottrine fisiche o logiche non compromette la “risonanza” psicologica dei principi di saggezza pratica che vengono proposti. Concludendo non si può tacere un altro fattore determinante per la formazione delle filosofie ellenistiche: il crollo dei pregiudizi razzistici della naturale differenza fra Greci e Barbari. Anche il pregiudizio della schiavitù verrà contestato dai filosofi, almeno a livello teorico. Epicuro non solo tratterà familiarmente con gli schiavi, ma li vorrà partecipi nel suo insegnamento; la storia dello stoicismo terminerà in modo emblematico con le due figure di Epitteto, uno schiavo liberato, e Marco Aurelio, un imperatore.

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